Con affiliazione sempre più convinta e partecipazione sempre più solidale un crescente numero di colleghi leggono e, con assiduità, seguono Oftalmologia Domani.
Il target della Rivista è sempre stato la divulgazione, offrire nuovi aggiornamenti, suscitare utili confronti, evidenziare argomenti controversi con il contributo di professionisti che più di altri hanno approfondito le tematiche in discussione.
Credo che negli anni questi obbiettivi siano stati raggiunti, e che il prestigio della Rivista sia ormai riconosciuto.
La direzione editoriale inizialmente pensata e indicata da Costantino Bianchi, indiscusso protagonista della divulgazione scientifica oftalmologica in Italia, viene ancora una volta percorsa, confermata e, con convinzione, condivisa.
Con uno sguardo verso il panorama oftalmologico internazionale la Rivista si è aperta a nuovi orizzonti scientifici attraverso il proficuo colloquio con molti apprezzati colleghi, universalmente riconosciuti come leader.
Lo squarcio da poco aperto nel mondo delle altre specialità mediche, che presentano campi di interesse comune, contribuisce a rendere la Rivista ancora più accattivante, ancora più completa.
Questi ampi orizzonti sono percorribili ed esplorabili grazie alla lungimiranza culturale della direzione della Rivista che ha appoggiato e, con condivisione, avallato questi fecondi percorsi interdisciplinari.
Altrettanto lusinghieri e di largo interesse sono i contatti che la Rivista sta intessendo con il mondo istituzionale, verso il quale è sempre tanto difficile rapportarsi.
I punti di forza della Rivista sono stati e restano tuttavia gli articoli ed il focus su “argomenti caldi”. Tanti colleghi inviano il loro contributo che con soddisfazione pubblichiamo, sicuri di rendere un servizio efficace all’interscambio di idee ed opinioni utili ai nostri lettori.
Il giornalismo scientifico è attività tanto ardua quanto gratificante. Oltre a diffondere e promuovere approfondimenti su specifiche tematiche, il suo più elevato intento è la discussione di condotte medico-chirurgiche che risultino infine efficacemente condivise a favore della salute dei nostri pazienti.
La Redazione di Oftalmologia Domani attende i vostri contributi ed è sempre aperta alle vostre richieste con sincera e favorevole accoglienza.
Buona lettura.

Luciano Fontana
Direttore Corriere della Sera
D: Nella scena politica internazionale, restringendo il campo al secondo dopoguerra, mai si era visto un presidente degli Stati Uniti così poco ortodosso, per usare una terminologia benevola. Eppure, nel suo primo mandato, tanta esuberante disinvoltura non si era manifestata così beffarda, non era apparsa, se non in minima parte, così apertamente irriguardosa. Qual è il motivo, la scelta strategica di “spararle grosse”, e subito dopo ridimensionare le bordate, gli obbiettivi goliardicamente proclamati, scendendo a più miti consigli? Possibile che nella più grande democrazia del mondo non esistano adeguati contrappesi, contromisure per frenare, arginare questa politica presidenziale così palesemente “bullesca” che discredita la credibilità della Casa Bianca? Oltre alle quotidiane bizzarrie, tutto fa pensare che Trump accetterà in regalo dal Qatar un Boeing 747 per sostituire l’Air Force One vecchio di 40 anni, nonostante una clausola della carta costituzionale approvata nel 1787 non lo consenta, senza l'approvazione esplicita del Congresso. Nulla sembra fermare anche questa deriva incostituzionale. Qual è il suo pensiero a riguardo?
R: Il secondo mandato di Trump si sta svolgendo con un’impronta più radicale rispetto al primo.
Non esistono più nella sua squadra personalità repubblicane con esperienza politica e vocazione pragmatica.
L’ideologia del movimento
La democrazia americana ha sicuramente i bilanciamenti per potere affrontare quest’onda: lo stanno facendo tante Corti su licenziamenti, immigrazione e ordine pubblico. Ma questi contrappesi sono più deboli del passato anche perché pagano l’evanescenza dell’opposizione del Partito Democratico.
Le elezioni di mid term saranno un passaggio decisivo per capire cosa ha determinato lo tsunami trumpiano nella società americana e se il bilanciamento potrà arrivare dalla scelta degli americani.
D: La vera emancipazione di una società comincia e passa attraverso l’adeguamento delle remunerazioni. La “questione salariale” è per molti versi il vero volto del progresso. Il capo dello stato Sergio Mattarella, nel messaggio del 1 maggio, ha con forza ribadito la necessità di adeguare i salari minimi. Ha citato l’ultimo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro dove si legge che l’Italia “si distingue per una dinamica salariale negativa nel lungo periodo, con salari reali inferiori a quelli del 2008”. Nel nostro paese un operaio guadagna, a parità di potere d’acquisto, in un anno circa 15 mila euro in meno del suo omologo tedesco, 10 mila euro in meno del francese, e la metà del collega americano. Gli stipendi sono bassi per tutte le categorie: dirigenti, quadri, impiegati e operai. Perché queste diseguaglianze tra l’Italia e gli altri paesi industrializzati? L’emigrazione, specialmente quella intellettuale, secondo molti osservatori, trova la causa più determinante proprio nelle basse remunerazioni. Intravede possibili prospettive oltre l’auspicabile aumento della produttività nazionale?
R: La questione salariale è diventata una vera emergenza per il Paese, perché determina difficoltà ai lavoratori e alle famiglie, deprime i consumi e spinge i giovani con forti competenze ad accettare lavori all’estero (uno spreco enorme di talento e ricchezza nazionale).
Ci sono tante ragioni (crisi del debito, austerità, produttività sempre bassa) che possono essere portate a giustificazione di salari e stipendi così in declino. Il peso del cuneo fiscale (la differenza tra quanto paga l’azienda e quanto va in tasca al lavoratore) è certamente un altro elemento.
Le riduzioni di questo ultimo peso nelle ultime manovre di bilancio sono state certamente utili ma non hanno determinato una vera svolta. Così come continua a pesare il ritardo nella firma di tanti contratti di lavoro scaduti.
Spesso si dice che i salari sono bassi perché la produttività è bassa. Se quest’ultima aumentasse e se i salari potessero essere determinati con più forza a livello di contrattazione decentrata o aziendale, la situazione cambierebbe.
C’è una parte di verità: innovazione e produttività sono due leve indispensabili. Ma penso che ci sia anche una responsabilità del sistema delle imprese: sono stati anni di grandi profitti per tantissime aziende, molto poco si è riversato nelle buste paga dei lavoratori.
Le differenze di retribuzione tra grandi manager e dipendenti sono arrivate a un livello mai visto nella storia italiana. Forse anche per le aziende è tempo di cambiare strategia se non si vuole determinare una crisi più pesante nei consumi e la fuga all'estero di figure professionali già molto rare.
D: L'Europa da diversi anni è meta di un flusso interrotto di extracomunitari. Hanno raggiunto 5,1 milioni nel 2022. La stragrande maggioranza entra senza alcuna autorizzazione. Il parlamento europeo è in affanno sulle politiche di asilo ed immigrazione. Attraverso il Piano Mattei, il nostro paese ha individuato alcuni stati per azioni concrete di sviluppo. I terreni di investimento sono la sanità, l’istruzione, l’agricoltura, la ricerca delle risorse idriche ed energetiche, il potenziamento delle infrastrutture, lo sviluppo culturale e dello sport. Portare risorse e investimenti direttamente nei paesi di origine sembra una scelta vincente, la più idonea per limitare efficacemente i flussi migratori dall’Africa. Rimosse le cause, risolti gli effetti, almeno così dovrebbe accadere. È proprio così? Le tante guerre locali frenano le iniziative di investimento. Chi sceglie di partire, se trovasse lavoro dignitoso nel proprio paese, partirebbe lo stesso? Il mondo occidentale rappresenta sempre e comunque per le giovani generazioni dei paesi sottosviluppati il miraggio, l’irrefrenabile attrattiva che nessun progresso e nessuna rinascita economica locale potrà mai vincere?
R: Credo che il tema dell’immigrazione vada affrontato con strategie di medio e lungo periodo e non inseguendo parole d’ordine legate alla propaganda e all’illusione che esistano soluzioni istantanee. Le migrazioni ci accompagneranno nei prossimi anni perché spostarsi dal proprio Paese per fuggire a guerre, povertà, crisi climatiche, o semplicemente per migliorare le proprie vite, è qualcosa di inarrestabile.
E perché la crisi delle nascite comporterà negli stati occidentali una richiesta sempre più forte di figure indispensabili nella cura degli anziani e in tanti altri settori agricoli e industriali. Il piano Mattei ha perciò un obiettivo condivisibile: solo migliorando le condizioni di vita nei Paesi di partenza si può frenare l’immigrazione incontrollata.
E, in secondo luogo, percorsi di formazione e istruzione in loco possono aiutare l’emigrazione di quel personale qualificato di cui abbiamo disperato bisogno.
Si deve combattere con forza l’immigrazione illegale, quella che provoca morti e arricchimenti per la criminalità organizzata. Ma vanno liberati dalla burocrazia e dall’ostilità ideologica tutti i meccanismi di immigrazione legale, sapendo che senza l’arrivo e la formazione di nuovi italiani il nostro futuro sarà molto complicato.
D: La comunicazione è ancora oggi essenzialmente legata alla parola. L’avvento della televisione tuttavia nel tempo ha delegato parola e scrittura ad un ruolo subalterno; siamo entrati nell’era dell’immagine. La comunicazione verbale e scritta impone canoni logici, sviluppa discorsi motivati, presuppone razionali dimostrazioni.
Il mondo dell’immagine, e della televisione in particolare, segue regole meno rigide, più eterogenee: estemporaneità, attrazione, accattivazione. Negli anni Sessanta, Harold Lasswell, politologo statunitense, noto per i suoi studi sulle teorie della comunicazione, parla della TV come di un “grande ago ipodermico, che esercita sulla consapevolezza delle persone una sorta di narcosi funzionale; in altre parole, uno stato di apatia indotto”, mentre Herbert Marshall McLuhan, sociologo, filosofo, critico letterario canadese, conosciuto per aver posto l’accento sull’influenza della comunicazione sulla società e sui singoli individui, un decennio dopo, negli anni Settanta, afferma ”la necessità di riconoscere il ruolo fondamentale della TV nel rendere la società meno rigida e più multidimensionale”.
Come il giornalismo, il cartaceo in particolare, può rispondere all’onda lunga dei social, alla frenesia dei messaggini, che fanno apparire la comunicazione scritta tanto inutile e ogni approfondimento del tutto superfluo?
R: Può sembrare un’affermazione azzardata ma proprio in un mondo in cui le notizie ci arrivano da milioni di punti diversi, spesso in modo parziale o addirittura falso, diventa più importante il ruolo del giornalismo di qualità: serio, oggettivo, indipendente, rispettoso del pluralismo delle opinioni. In cui i fatti non vengono piegati agli interessi di fazione o a piccoli show da utilizzare sui social. E le idee non vengano trasformate in pietre da scagliare in testa a chi non la pensa come noi.
Naturalmente è fondamentale portare il giornalismo di qualità su tutte le piattaforme su cui gli italiani vorranno leggerci, guardarci o ascoltarci.
È sbagliato un atteggiamento di che ci porta a resistere solo in difesa del giornale di carta. Tutti i lettori hanno diritto alla stessa qualità.
Per questo al Corriere abbiamo avviato un processo di integrazione carta/web che ci ha permesso di portare il meglio del nostro lavoro anche sul digitale. Dove abbiamo ormai più di 700mila abbonati, una comunità che condivide gli stessi valori nel campo dell’informazione.
D: Quale consiglio vuole dare ad un giovane che intende intraprendere la strada del giornalismo?
C’è ancora spazio per questa figura professionale? L’intelligenza artificiale, sempre più dilagante, sembra pronta a sostituire molte attività umane, anche quelle che richiedono preparazione e lunghi periodi di tirocinio. Cosa pensa a riguardo? Saremo sostituiti presto o tardi da umanoidi, da entità meccaniche senza anima e senza etica? Il giornalismo scritto potrà avere ancora un futuro?
R: Non esistono scorciatoie per un percorso professionale solido: chi vuole diventare giornalista deve prima di tutto laurearsi e possibilmente frequentare una delle scuole post-laurea che abilitano alla professione. Non va lasciato spazio all’improvvisazione. Chi sceglie questa professione deve sapere che un giornalista deve avere solide competenze digitali che insieme a quelle culturali fanno la differenza.
Aggiungerei una grande passione per un lavoro molto impegnativo, che richiede una curiosità infinita e deve fuggire in ogni momento la routine.
Serietà, solide basi culturali, originalità di pensiero, verifica continua delle fonti sono valori che l’Intelligenza artificiale non potrà mai sostituire.
Tutto quello che può essere utile affinché l’AI ci fornisca aiuto e supporto a svolgere meglio il nostro lavoro, non deve essere respinto.
Grazie Direttore Fontana per questa intervista a nome della Redazione e del Direttore Editoriale Antonello Rapisarda. L’opportunità di questo colloquio sicuramente avrà favorevoli risvolti e grande accoglimento sui tanti nostri lettori.
