LE INTERVISTE DI OFTALMOLOGIA DOMANI

a cura di Amedeo Lucente


Prof. Stefano Gandolfi
Direttore Oculistica Azienda Ospedaliera-Universitaria di Parma

D: Per aprire un dialogo con i nostri lettori, vuole illustrarci nei punti essenziali i passaggi che hanno caratterizzato la sua brillante carriera fino a ricoprire nel 2003 la posizione di Direttore della struttura complessa di Oculistica nell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma?

R: Come formazione, provengo dalle “scienze di base”, essendomi laureato in Medicina e Chirurgia nel 1984 discutendo una tesi di oncologia sperimentale presso l’Istituto di Patologia Generale, qui a Parma. Ho integrato il percorso di specializzazione con soggiorni formativi in Germania, presso l’Università di Freiburg sotto la guida dei Prof. Mackensen e Grehn, e in Inghilterra presso la University of East Anglia in Norwich, dove ho poi speso la Borsa “G.B. Bietti per la ricerca” nel 1989. Assunto nel 1990 come ricercatore qui a Parma, ho completato l’iter conseguendo la Cattedra come Professore Ordinario di Malattie dell’Apparato Visivo, nel 2002. Dal 1 dicembre 2003, dirigo la Clinica Oculistica (ora detta “U.O.C. Oculistica”) qui a Parma presso l’Azienda Ospedaliero-Unversitaria.

D: Era il 1766 quando la New Jersey Medical Society nasceva con lo scopo di “to form a program embracing all the matters of highest concern to the profession: regulation of practice; educational standards for apprentices; fee schedules; and a code of ethics”. Fu la prima organizzazione medico-professionale dell’età moderna. In Italia circa 120.000 medici, un terzo della categoria, sono riuniti in quasi 300 società scientifiche. Lei è da non molto presidente della S.I.GLA. Quali orizzonti scientifici e di formazione intende sviluppare per i suoi sostenitori? E quali interscambi auspica tra le società oftalmologiche?

R: S.I.GLA. nasce come Glaucoma Regional Interactive Project che, nel suo nome, spiega già la propria mission: divulgazione e aggiornamento, sulla cultura del glaucoma, altamente interattivo fra le diverse professionalità, e con una valenza fortemente legata ai territori. In questo spirito, S.I.GLA. sta sviluppando attività formative rivolte a tutte le categorie coinvolte nella cura del malato di glaucoma: (a) il congresso annuale, momento di aggiornamento e di riflessione per tutta la comunità oftalmologica nazionale; (b) i Corsi Regionali, ad argomento unico rinnovato su base annuale, estesi su tutto il territorio nazionale, che vedono coinvolti gli specialisti ambulatoriali insieme ai loro referenti di 3° livello locali, sotto il coordinamento della S.I.GLA. nella figura dei delegati delle singole regioni; (c) il Campus “Costantino Bianchi”, giunto ormai alla 5a edizione, fortemente voluto e doverosamente dedicato all’amico e collega Costantino Bianchi, che ci ha prematuramente lasciati 4 anni fa. Il campus costituisce una full-immersion di 3 giorni sul glaucoma dedicata a giovani neo-specialisti; (d) l’Academy Chirurgica, che prende avvio quest’anno e che, attraverso sessioni di live-surgery gestite in remoto, ha lo scopo di approfondire tematiche chirurgiche legate al glaucoma e a chirurgie oculari in pazienti glaucomatosi. Questo percorso prevede una integrazione con le attività formative pratiche di ESASO con cui S.I.GLA. ha iniziato un discorso molto promettente di partnership strategica; (e) partecipazione al portale Eyes-ON, che ha visto la luce giusto nel mese di ottobre, e che si propone come portale di accesso a “tutto quanto fa Occhio” sia per la comunità di addetti ai lavori, sia soprattutto per il cittadino/paziente. Se a questo aggiungiamo una partnership con l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti nel promuovere iniziative di sensibilizzazione sul tema della disabilità visiva indotta dal glaucoma, nonché col gruppo parlamentare trasversale nato a tutela della vista, si vede come S.I.GLA. si pone come interlocutore, sulle tematiche legate al glaucoma, con ogni componente della società. Sul piano delle interazioni sovrasocietarie, S.I.GLA. è partner regionale della World Glaucoma Association, del cui congresso, che si organizzerà nel 2023 a Roma, costituisce parte del comitato organizzatore locale. Inoltre, S.I.GLA., nella persona sia del sottoscritto, ma anche di numerosi membri del Consiglio Direttivo e del Comitato Scientifico, partecipa alla “task-force” per la periodica revisione e compilazione delle Linee Guida della European Glaucoma Society. Tutto questo fa di S.I.GLA. un ambiente a fortissimo carattere inclusivo per chiunque sia interessato alle tematiche legate al glaucoma.

D: Nel rituale del matrimonio greco-ortodosso, per suggellare con più forza il vincolo dell’unione sacramentale, oltre all’intreccio vicendevole delle corone di fiori sul capo, il sacerdote, subito dopo che gli sposi bevono il vino consacrato, rompe il calice, a conferma dell’inscindibilità ed inviolabilità del sacramento. La nostra iscrizione alla SOI era vissuta un po’ come un rito sacro, come un inscindibile vincolo culturale e associativo. Nessuno pensava che la nostra comune casa potesse trovarci divisi, e mai nessuno immaginava tante disaggreganti polemiche, tanti dilanianti umani contrasti. È solo un momento di deriva etica transitorio, una sbandata fuori controllo, o queste diatribe lasceranno un segno indelebile nel tempo? Ritorneremo ad essere una sola grande Società Scientifica, "amata" e condivisa da tutti gli oftalmologi italiani?

R: Qualcuno scrisse che “uccide più la penna della spada”. Altri ci ricordano che “le parole pesano come macigni” e “come è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”. In questo contesto, si è scritto e detto troppo, e vedo molto difficile una “restitutio ad integrum” del nostro mondo. Tuttavia, anche un incendio o un fiume di lava, dopo la distruzione, lasciano un terreno fertile per la rigenerazione e la rinascita. Ecco, io credo che una rinascita del nostro mondo professionale sia non solo auspicabile, ma anche fattibile e, paradossalmente, resa ancora più promettente da quanto successo nel recente passato. Di sicuro, sappiamo cosa non fare e quali errori non commettere. Inoltre, il patrimonio, culturale e professionale, delle nuove generazioni di oculisti, è un potenziale positivamente dirompente, e costituisce un tesoro di buone energie che chiedono solo un setting adeguato per essere concretizzate. Se mi si permette una metafora (…. Sono pur sempre a radice emiliana anch’io …) abbiamo un motore, costituito da tutta la nostra comunità professionale, molto potente che chiede sia un albero di distribuzione adeguato per scaricare tutta la potenza sulle ruote, sia sistemi di controllo e di guida sicura che liberino il veicolo dalla dipendenza (e dagli umori…) di chi è alla guida.

D: Anche lei, come tanti leader oftalmologi, ha trascorso molti periodi della sua formazione all’estero. Ritiene che anche oggi ci sia la necessità di fellowship all’estero? Quali consigli darebbe ai giovani oftalmologi che vogliono intraprendere la carriera universitaria? È ancora percorribile il cammino accademico o è roba solo per prescelti, per figli di papà?

R: Partendo dall’ultima delle considerazioni: io sono, come si suol dire, “andato in cattedra” a 42 anni. Mamma era insegnante alle scuole elementari, con diploma universitario per insegnare agli oligofrenici. Papà era funzionario di banca. Come me, la maggioranza degli attuali cattedratici non è “figlio d’arte”, per quanto mi piaccia poco l’idea che non si possa essere persone di valore assoluto se si è figli-di-papà. Personalmente, conosco neo-docenti universitari talmente bravi da poter tranquillamente “bagnare-il-becco” del genitore cattedratico. Detto questo, anche partendo dal mio esempio personale, credo sia molto utile uscire dall’ambiente in cui ci si è formati e confrontarsi con altre realtà, se possibile con lo spirito di andare “col blocchetto degli appunti”, imparare come sono stati risolti i problemi e, tornati a casa, vedere cosa è applicabile e fattibile a casa nostra. Se non si facilita un percorso di questo genere, la fellowship diventa non un momento di arricchimento per se e per il sistema, ma resta solo il primo step di una esistenza da “emigrante di lusso” e, in ultima analisi, l’ennesima perdita di capitale umano per il nostro paese. Il compito di persone che hanno un ruolo come il mio, credo sia quello di motivare il rientro e l’inserimento nel sistema di chi, con indiscusse e comprovate capacità, ha investito tempo, denaro e risorse umane per fare un passo avanti nella propria formazione professionale.

D: Oltre l’angolo dell’Ateneo, delle attività accademiche, come vive un cattedratico? C’è ancora lo spazio ed il tempo per sé, si possono godere momenti gratificanti di vissuto personale? Come si riesce a non farsi sopraffare dalla professione completamente ed in ogni aspetto?

R: Credo che il primo step, per avere del tempo per se stessi, sia capire che il tempo è la nostra risorsa più preziosa e che non va sprecato. È qualcosa che si capisce solo con il passare degli anni, ed è giusto così. Detto questo, credo che la strategia migliore per potersi ritagliare momenti di vita gratificante extra professionale sia… averne una. Sento molti colleghi che vedono con terrore il momento della cosiddetta quiescenza, con la chiusura del sipario sulla propria vita lavorativa. Io, personalmente, dovessi salutare il sistema domani, probabilmente faticherei a trovare slot temporali per coltivare tutti i miei campi di interesse extra-professionale. Nel frattempo, avere la fortuna di poter contare su collaboratori preparati ed affidabili è, secondo me, la condizione indispensabile per delegare le varie responsabilità che competono ad un apicale nonché la “conditio-sine-qua-non” per avere una vita extra professionale gratificante. Io ho il privilegio di poter contare su collaboratori così.

D: Fece molto rumore nel 1959 l’affermazione di Charles Percy Snow, scienziato e scrittore, noto romanziere inglese degli anni Cinquanta, che denunciava l’avvenuta separazione tra “le due culture”, quella scientifica e quella umanistica. Il recupero era visto come difficile; Snow dava infatti per scontato che la rottura fosse ormai definitiva. Primo Levi, a questa affermazione, rispose che si trattava di una “schisi innaturale, perché questa separazione non l’avevano conosciuta né Dante, né Galileo e neppure Empedocle, Leonardo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani d’oggi, né i fisici esitanti sull’orlo dell’inconoscibile”. Esiste questa dicotomia? I medici spesso sono visti come professionisti “incolti”. Condivide la massima latina: “docti rationem artis intelligunt, indocti voluptatem”, per cui i dotti sono un po’ dei privilegiati a comprendere le arti? E lei, che utilizza spesso le interlocuzioni latine nei suoi interventi, come la pensa in merito?

R: Domandona. Io vengo, come scuola secondaria, dagli studi classici e mi hanno insegnato a chiedermi il “perché” delle cose, non solo il “come” esse debbano essere messe in atto. Se accettiamo che in questo stia la differenza tra cultura umanistica e cultura tecno-scientifica, allora concordo sul fatto che oggi ci sia una dicotomia che, in passato, non esisteva. Oggi ci si sofferma sempre di più sul dettaglio tecnico, e lo vediamo anche nei pazienti, che entrano nei nostri ambulatori con l’attenzione a cannocchiale sul cosa gli verrà fatto e sul come ciò verrà fatto (punti su cui possono contare su un web pletorico e acritico), scotomizzando il perché si arriva a certe scelte e le conseguenze che queste scelte hanno. Credo che la nostra sia sempre di più “arte e professione sanitaria”, mentre chi ci vive attorno (e vuole o speculare su o indottrinare la nostra figura) focalizza l’attenzione pubblica sulla professione. Per andare accanto ad un essere umano, ed entrare nella sua esistenza, è richiesto qualcosa di più di una (peraltro necessaria e indispensabile) “techne”. Pertanto, il background umanistico, se anche viene sbattuto fuori dalla porta, rientra prepotentemente dalla finiestra.

D: Per dare un ampio ventaglio di autorevoli opinioni su un tema largamente sentito, non ultimo per importanza, le pongo la stessa domanda con cui ho deciso di terminare le mie interviste per Oftalmologia Domani. Il metodo di selezione scelto per l’ingresso alla Facoltà di Medicina e Chirurgia è quello giusto? E per entrare alle Scuole di Specializzazione? Si selezionano veramente i giovani migliori? Si rispettano le loro personali inclinazioni? Lei com’è messo con i quiz? Entrerebbe oggi in Medicina e Chirurgia? E alla Scuola di Specializzazione in Oftalmologia?

R: Premesso che, tornassi indietro, mi re-iscriverei a Medicina, e che rifarei la scelta professionale specialistica che ho fatto (per cui fare il medico, in generale, e l’oculista, in particolare, fa parte del mio “daimon”), dico sempre ai miei studenti che fare il medico è un privilegio perchè ti toglie da qualunque dubbio esistenziale. Infatti, per quanto tu possa essere più o meno bravo, tu sai che, andando a dormire la sera, in quel preciso momento, esiste ALMENO un’altra persona che, GRAZIE A TE, va a dormire stando meglio di come si era svegliato quella stessa mattina. E non è poca cosa. Per cui, bisogna guadagnarsi questo privilegio. Sulle questioni legate ai metodi di selezione e quant’altro… mi appello al V° emendamento e alla facoltà di non rispondere, se no finirei sotto processo…

Download